La Morte di Ivan Il'ic 
sabato, giugno 28, 2008, 11:33 AM  libri


Ivan Il'ic in punto di morte tenta di riscattare tutto il nulla e il grigiore della sua esistenza; si accorge di aver sciupato la sua vita e che avrebbe dovuto vivere in altro modo, ma è troppo tardi.


E d'improvviso le cose gli apparivano in una luce tutta diversa. [...] non è questione di intestino cieco, nè di rene, ma di vita e... di morte. Si, c'era la vita e se ne sta andando, se ne va e io non posso trattenerla.

Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi ancha Caio e mortale- [...] gli era sempre parso giusto, ma solo in relazione a Caio, non a se stesso. Un conto era l'uomo - Caio, l'uomo in generale [...] un conto era lui, che non era Caio, che non era un uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri; lui era il piccolo Vanja, con mamma e papà..., con i giocattoli, il cocchiere, la governante..., con tutte le gioie, le amarezze, gli entusiasmi dell'infanzia, dell'adolescenza, della giovinezza.

in certi minuti, dopo lunghe sofferenze, avrebbe tanto voluto che qualcuno lo compatisse come un bambino ammalato, benchè si vergognasse ad ammetterlo. avrebbe voluto essere accarezzato, baciato, avrebbe voluto che piangessero per lui, come si accarezzano e si confortano i bambini.

[...] e si lasciò andare al pianto, come un bambino. Piangeva per la sua impotenza, per la sua terribile solitudine, per la crudeltà degli uomini e di Dio, per l'assenza di Dio.

Nessuno, tranne i primi ricordi dell'infanzia. Propio lì, nell'infanzia, c'era qualcosa di davvero piacevole con cui avrebbe potuto vivere, se solo fosse tornato indietro. Ma dell'uomo che aveva provato quei sentimenti piacevoli non c'era più traccia, sembravano i ricordi di un'altra persona. [...] E più si allontanava dall'infanzia per avvicinarsi al presente, più quelle gioie si facevano vacue e dubbiose. [...] più si andava indietro più c'era vita. E più c'era vita, più c'era del buono in essa. Col peggiorare delle sofferenze, tutta la vita è andata peggiorando. [...] Con velocità inversamente proporzionale al quadrato delle distanze dalla morte.

Gli venne in mente ciò che fino ad allora gli era parsa una totale assurdità, incontri mondani e professionali, tutto poteva essere stato un errore.quella di aver vissuto la vita in modo sbagliato. [...] Il suo lavoro, il suo modo di vivere, la sua famiglia, i suoi interessi. [...] E' sbagliato. <<Tutto ciò di cui hai vissuto e vivi è menzogna, inganno, che ti nasconde la vita e la morte.>>

Cercò la sua solita paura della morte, ma non la trovò. Dov'era? Quale morte? Non aveva alcuna paura, perchè non c'era alcuna morte. [...] <<E' finita!>> pronunciò qualcuno sopra di lui. Egli udì quelle parole e le ripetè nel proprio animo. <<Finita la morte>> disse a se stesso. <<Non c'è più.>>



    


Non Si Muore Tutte Le Mattine 
venerdì, febbraio 22, 2008, 12:20 AM  libri


"Epopea di perdenti, unica razza che ha potuto conoscere la grandezza e la bellezza. Un'opera sull'ambizione, l'impresa, la resa e la grazia."


Un bel libro, troppe le pagine spiegazzate agli angoli per ricordarmi le parti più belle... queste solo alcune:

L'unico modo per renderla tollerabile la vita era sfuggirla. Sovvertirla, di modo che non ci fosse nessuna condizione di normalità. Cambiare il fuso orario, il tempo, lo stato, la percezione dello stato. Passarci di sotto, di fianco. Mai finire dove ci si aspetta di essere trovati.

A furia di esporla in giro, la vita ti diventerà estranea. L'oblio si prenderà la giovinezza e il mondo non avrà più strada sufficiente per perdersi. Non succederà tutto in una volta [...] diventerai incapace di scegliere, per prima cosa. Niente e nessun posto ti sembrerà sufficiente per te. Indovinerai già il puzzo della solitudine e della distanza dietro le porte degli appartamenti vuoti. [...] Ti perderai nelle cose, che appariranno sempre più confuse. Ti perderai, senza capire bene. [...] Ti procurerai il cibo che bisogna, per lenire il logorio di una fame cupa.

La leggerezza e l'entusiasmo se ne andranno. Diventeranno un ricordo doloroso. E anche i posti che prima ti appartenevano ti si rivolteranno contro come uncini.

La vita è stata infine una pendenza tra mete lontane. Un filo teso tra chi abbiamo amato e chi ci ha amato.

E dalla porta vidi uscendo, da uno specchio, nel vestibolo, passare un uomo col mio stesso volto.

Perchè c'è sempre una strada di mezzo, fra tutto quello che ci succede. Ci sono scalini, e portoni, e vicoli, e scomodità. Sempre c'è, e a essa sempre si ritorna, a mischiare la povertà con la ricchezza. Forse è tutto questo. Sapere che c'è sempre della strada di mezzo.

Quando si è soli a quel modo, nel mezzo del continente, è difficile tornare indietro... ci sono le birre allora, e l'adrenalina del cuore. Ecco perchè i vagabondi non sono mai tornati a casa, è un lusso che non si scorda, quando non ci sono più strade a ferirti gli occhi, e chiacchiere a ferirti le orecchie... rimane solo davanti gli occhi quello che non si è ancora visto. Si apre una porta e non si sa quanto sia lunga la strada dopo.

"Mai puntare su un cavallo che caca alla partenza."

[...] se non prendi una decisione poi le cose decidono per te. Però sempre per il verso peggiore.

Vedi, io sono avanti nella strada, molte cose mi sono lasciato dietro, mi hanno dovuto lasciare, forse per poter andare avanti ancora, a alla meta ci si arriva con sempre meno roba addosso, e sempre meno si è in grado di portarne. [...] mi resta l'amore e tutte le cose belle che ho avuto la fortuna di conoscere. [...] Dio e la bellezza è quello che mi rimane per questi anni... ma in fondo è una cosa sola.

Siamo tutti stati scacciati dal paradiso... tutti quanti... i cattivi, ma anche i buoni... i poveri ma anche i ricchi... i disgraziati ma anche i belli, i simpatici, i fortunati... siamo tutti fuori dal paradiso, fuori dal giardino. [...] Tutti qui sotto a cercare di nasconderci dallo sguardo di Dio.

Perchè una cosa è la luce, e un'altra è la notte, però bisogna avere più cura della luce. [...] Non abbandonarsi alla notte... bisognerebbe riuscire a starci svegli, puliti, in mezzo alla vita. [...] Tutto tace e il mondo non ti trova, la vita non ti trova. L'ossessione si prende tutto . E niente è più vasto del bicchiere d'acqua in cui ti sei annegato. [...] Perchè tutto può sparire attorno a noi... la notte ti prende e il mondo non basta più. [...] Non impadronirsi di niente... perdere ogni cosa di dosso, non conservare niente... curarsi invece l'anima, metterne un pò dentro, un pò da parte. Come se non si dovesse morire per forza stanotte, come se ce ne fosse anche per domani, e dopodomani, perchè è vero, si muore tutte le mattine, e un poco di più ogni volta e anche per tutte le altre volte.

[...] occorre impiegare tutta una vita per morire...


    


delitto e castigo 
lunedì, luglio 30, 2007, 04:18 PM  libri

Delitto e castigo - Fëdor Dostoevskij

«E’ il rendiconto psicologico di un delitto. Un giovane, che è stato espulso dall’Università e vive in condizioni di estrema indigenza, suggestionato, per leggerezza e instabilità di concezioni, da alcune strane idee non concrete che sono nell’aria, si è improvvisamente risolto a uscire dalla brutta situazione. Ha deciso di uccidere una vecchia che presta denaro a usura...»

«Io, quella vecchia maledetta, l’ammazzerei e la svaligerei, e senza nessuno scrupolo di coscienza, te l’assicuro [...]. Se l’ammazzassimo e ci prendessimo e suoi soldi, per dedicarci poi con questi mezzi al servizio di tutta l’umanità e della causa comune, non credi che un solo piccolo delitto sarebbe cancellato da migliaia di opere buone? Per una vita, migliaia di vite salvate dallo sfacelo e dalla depravazione. Una morte sola, e cento vite in cambio: ma questa è aritmetica! E poi, che cosa conta sulla bilancia generale la vita di quella vecchiaccia tisica, stupida e cattiva? Non più della vita di un pidocchio, di uno scarafaggio; anzi, vale meno, perché quella vecchia è dannosa. Distrugge la vita altrui [...]»

«È una cosa lunga, Avdot’ja Romànovna. Si tratta... come posso spiegarvelo?... Si tratta di una specie di teoria, secondo la quale io ritengo, per esempio, che un delitto sia lecito, se lo scopo essenziale è buono. Una sola cattiveria e cento buone azioni! Naturalmente, per un giovane con molti meriti e con un amor proprio smisurato è anche spiacevole sapere che, per esempio, se avesse solo tremila rubli, tutta la sua carriera, tutto il suo avvenire e lo scopo della sua vita assumerebbero un aspetto diverso; e intanto quei tremila rubli non ci sono. Ag­giungete, poi, l’esasperazione provocata dalla fame, da un’abi­tazione angusta, dagli stracci, dalla chiara consapevolezza della sua bella posizione sociale e anche di quella della sorella e della madre. Ma soprattutto la vanità, l’orgoglio e la vanità, accompagnati magari, lo sa Iddio, da inclinazioni buone.... Io non lo accuso, non pensatelo nemmeno, vi prego; e poi, non è affar mio. C’entrava anche una sua teoria personale, una teoria così e così, secondo la quale gli uomini si dividono in mate­riale grezzo e individui speciali, cioè individui per i quali, data la loro posizione elevata, la legge non vale; anzi, sono loro che fanno le leggi per gli altri uomini, per il materiale, per la spazzatura. Non c’è male, una teoria così e così: une thèorie comme une autre. Napoleone lo ha terribilmente affascinato; cioè, con più precisione, lo ha affascinato l’idea che moltissimi uomini geniali non abbiano badato a una cattiveria singola e siano passati oltre, senza stare a pensarci. A quanto sembra, si è immaginato di essere anche lui un uomo geniale, ossia ne è stato convinto per un certo tempo. Ha sofferto molto e soffre ancora, pensando che ha saputo formulare la teoria, ma che non è riuscito a passare oltre senza stare a pensarci, e che, quindi, non è un uomo geniale. [...] oggi tutte le cose si sono arruf­fate; del resto, non sono mai state molto in ordine. I russi, in generale, hanno una mentalità molto larga, Avdot’ja Romà­novna, larga come il loro paese, e sono molto inclini alle fantasti­cherie, al disordine; però, è un guaio avere una mentalità larga senza essere particolarmente geniali.»


    


Scritti corsari 
venerdì, marzo 30, 2007, 12:50 PM  libri

Scritti corsari - P.P.Pasolini

Un libro che racconta, con degli articoli di giornali, l'Italia degli anni '70; un'Italia così simile all'Italia di oggi, così vicina, che fa di questo libro un testo attualissimo.



"La televisione [...] ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamante dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane."

"«Il potere ha deciso che noi siamo tutti uguali.»
L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui «deve» obbedire, a patto di sentirsi diverso."

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"Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente."

"Non c'è nessuna buona ragione pratica che giustifichi la soppressione di un essere umano, sia pure nei primi stadi della sua evoluzione. Io so che in nessun altro fenomeno dell'esistenza c'è un'altrettanto furibonda, totale, essenziale volontà di vita che nel feto. [...] Anche se poi nasce un imbecille."

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"Oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di potere. Non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé."

"Dalle bocche di quei vecchi uomini, ossessivamente uguali a se stessi, non usciva una sola parola che avesse qualche relazione con ciò che noi viviamo e conosciamo."

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"[...] il considerare la vita degli altri un nulla e il proprio cuore nient'altro che un muscolo."

"Ormai da molto tempo andavo ripetendo di provare una grande nostalgia per la povertà, mia e altrui, e che ci eravamo sbagliati a credere che la povertà fosse un male. [...] A compensarmi, basterà che sulla faccia della gente torni l'antico modo di sorridere; l'antico rispetto per gli altri che era rispetto per se stessi; la fierezza di essere ciò che la propria cultura «povera» insegnava a essere."



    


la linea d'ombra 
domenica, gennaio 14, 2007, 03:34 PM  libri



La linea d'ombra, quella linea invisibile che separa il peso della responsabilità del diventare adulto, dalla spensieratezza della nostra adolescenza.

Questo è il significato di questo racconto, dove il protagonista si ritrova ad essere capitano di una nave, si ritrova non più a ricevere ordini, e a sapere cosa fare, ma a dover dare comandi, e ad essere lui a dover decidere per se, e anche per gli altri.

Racconto, all'inizio e nei propositi, molto avvincente, ma che si perde, lungo il tragitto della sua nave, nella monotonia dei discorsi e nella piattezza di eventi, proprio come il mare in cui naviga.
Libro un pò noioso, ma molto scorrevole e comunque da leggere. voto 6,5/10

Da segnalare anche "La line d'ombra" canzone di Jovanotti.

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<<Pure, all'improvviso, abbandonai tutto. Lo feci in quel modo illogico per noi, con cui un uccello vola via dal ramo confortevole di un albero. Come se inconsciamente avessi sentito o visto qualcosa... Un giorno tutto era perfettamente a posto e l'indomani tutto era scomparso - l'incantesimo, il piacere, l'interesse, la soddisfazione - proprio tutto. Era uno di quei momenti. sapete. Il nascente malessere della tarda giovinezza si impadronì di me e mi trascinò via>>

<<... ciò aumentava in me la convinzione che la vita fosse un succedersi di giorni perduti. Non era stato proprio questa sensazione a farmi lasciare, quasi inconsciamente, un posto tranquillo, dei cari compagni? Proprio per la paura del vuoto... e ora questo vuoto lo ritrovavo alla prima svolta.>>

<<Tutti hanno una paura maledetta di un incarico come questo...>>
<<Perché>>, chiesi senza malizia.
<<Perché>>, sbuffò. <<Paura delle vele. Paura di un equipaggio, bianco. Troppe grane. Troppo lavoro. Troppo lontano. Vita comoda e sedie a sdraio: ecco cosa si vuole oggi...>>

<<... quindici giorni fa... O quindici secoli fa. Mi pare che tutta la vita trascorsa prima di quel giorno fatidico sia infinitamente lontana, un ricordo sbiadito di una gioventù, senza pensieri, qualcosa che sta dall'altra parte di un ombra.>>

<<... mi sento vecchio. E debbo esserlo diventato davvero. Tutti voi a terra mi sembrate giovinicelli spensierati che non hanno mai avuto preoccupazioni in vita loro.>>


    


I GRANDI FOTOGRAFI - National Geographic 
sabato, dicembre 23, 2006, 11:32 AM  libri

In copertina: Confine Afghano, Pakistan 1984 - Steve McCurry
Gli abiti laceri e gli occhi terrorizzati di questa profuga afghana rivelano il trauma della guerra.


"Per oltre un secolo, il mondo e la natura sono stati documentati con scatti straordinari.
Autori di quest’impresa sono i fotografi di National Geographic, le cui carriere e opere sono raccolte in questo volume, che propone una serie di scatti selezionati tra i più importanti reportage pubblicati.
Nella grande tradizione del mensile della Society, le immagini che compongono I grandi fotografi di National Geographic sono un invito a esplorare con un senso di meraviglia luoghi esotici e comuni, ma anche a considerare in modi nuovi il significato di ciascun luogo."


Quando le immagini parlano più di mille parole!


Autore: VV. AA.
A cura di:LEAH BENDAVID-VAL
Fotografo: VV. AA.
Collana: I GRANDI LIBRI DI NATIONAL GEOGRAPHIC - I GRANDI FOTOGRAFI
Lingua di Pubblicazione: Italiano
ISBN: 88-540-0471-5
Pagine: 336 pagine a colori - cartonato
Prezzo: 19,90 € su whitestar.it


    


IN ASIA 
lunedì, novembre 27, 2006, 06:28 PM  libri



Dopo aver letto "Un indovino mi disse", tra la vomitevole lettura di un libro universitario e un altro, ho appena finito di leggere "In Asia", (libri ambedue consigliati da Carlo nel suo blog).
Un libro che racconta di un continente e dei suoi abitanti; di una cultura lontana da noi, che si sta a poco a poco "avvicinando" a noi, nei consumi, nei meccanismi e negli squilibri economici, nello stile di vita, perdendo così la propria individualità.
Un paese caratterizzato dalle sue assurdità, dalle sue contraddizioni, dai massacri di questi ultimi decenni, dal silenzio dei luoghi sacri, ma anche dal caos delle sue città, sempre più occidentali e meno orientali.
Un libro fatto di racconti, di storie e di uomini diversi, uniti da un unico filo conduttore: l'Asia.


"Dio è ovunque e ha mille nomi,
ma non c'è foglia d'erba
che non lo riconosca.
Siamo venuti assieme sulla terra,
perché non spartire gioie e dolori?"

Sharar-i-sharif

<<Dov'è la vita che abbiamo perso vivendo? Dov'è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov'è la conoscenza che abbiamo perso con l'informazione?>>
T.S. Eliot

Madre Teresa di Calcutta... la donna più famosa, più potente del mondo.

Il sistema politico è degenerato, l'amministrazione pubblica è diventata sempre più inefficiente e corrotta e il sogno gandhiano di un'India moderna, fondata sui principi del vivere semplice e del pensare grande - un'India che avrebbe potuto essere d'esempio al resto del mondo -, è fallito.